Tra le tante cose che hanno influenzato questo anno una in particolare mi ha lasciato un segno indelebile:mia madre. Cinque anni fa circa abbiamo scoperto che aveva un tumore, ma pareva curabile. Lei stessa me lo disse e ne rimasi scioccata,ma essendo di natura ottimista, ero certa che sarebbe guarita. Inizialmente non la trattavo da malata, per me era già guarita e così sembrò. Ma non appena terminammo le cure, scoprimmo che non era finita. La operarono. Io e i miei fratelli la andammo a trovare all’ospedale. La vidi di nuovo stanca e esausta, ma ero sempre convinta che potesse cavarsela, che potesse guarire. Dopo essere andata a salutarla, mio padre mi prese in disparte e mi spiegò una cosa che prima non avevo capito: anche se avevano le avevano tolto tanto, il tumore non l’avrebbe lasciata. Le cure servivano solo per tenerlo a bada, ma non sarebbe andato via del tutto. Le mie certezze, fino a quel momento, solide come la roccia, si sbriciolarono. Per la prima volta, in quella circostanza, tutto mi era diventato chiaro e limpido. Ritornai nella stanza,mi misi a sedere nella sedia in cui stavo cinque minuti prima. Poi piansi perché avevo paura, tantissima paura. Pianse anche mia nonna. Non avevo mai avuto tanta paura come in quel momento. È stato allora che mia madre mi disse una cosa per me bellissima:”Se crolli tu, crollo io”. Questo mi fece piangere di più, ma capii anche quello che voleva dire. Lei senza di noi non sarebbe andata avanti fino a quel punto, perché eravamo e siamo tutt’ora la famiglia che è sempre stata con lei e che le ha voluto bene più che mai. Se noi mancavamo, lei non poteva farcela da sola. Durante questo anno lei è peggiorata, tanto d’ arrivare a non camminare e a non parlare più. Per farmi coraggio e per farne a lei mi ripetevo che non dovevo crollare, che dovevo essere forte. Durante il periodo più difficile mio babbo le è stato vicino sempre,senza mai lasciarla sola. La curava, la faceva mangiare e, se si agitava, lui c’era. Lo ammiravo per questo, perché mi resi di conto che di tutto quello che faceva lui, io non ero capace. La andavo a trovare, le davo un bacio e stavo un po’ con lei, ma niente di più, non ci riuscivo. Mio padre e mio fratello mi consolavano dicendomi che a lei bastava che le stessi vicino, che anche così, ero la sua cura migliore. Nelle ultime settimane la situazione peggiorò ancora di più. A parlare non ci riusciva, mangiava pochissimo (quasi niente) e stava sempre stesa a letto. Eppure mi salutava, si sforzava di dire ciao anche se comportava una certa sofferenza fisica. Per me e per i miei fratelli era presente, come sempre. Io speravo che potesse guarire, desideravo come tutti, che il tumore sparisse del tutto. Però una sera con mio padre ci ritrovammo a parlare della possibilità che la guarigione potesse stare anche nella morte. Io ci pensai molto. Ne parlai anche con una mia amica cara e subito feci una promessa a lei e a me: non dovevo crollare. Anche se mia mamma fosse morta, io non sarei in alcun modo, crollata, ma dovevo cercare di resistere. Per me si sarebbe aperta una realtà nuova, avrei dovuto farci i conti, ma non potevo lasciarmi prendere dallo sconforto. E così in parte è stato. Poi, la mattina del diciannove giugno mi svegliai molto presto: saranno state le sette e un quarto circa. Nonostante il sonno, sentivo la mia nonna piangere nella stanza accanto e mio fratello che cercava di dirle qualcosa. Tra le parole che non capivo, una risuonò nella mia testa come un siluro: AMBULANZA. Scattai in piedi e andai di sopra in casa mia. Entrai e nel corridoio trovai il babbo che piangeva e delle persone in camera sua. Quando mi disse che mia mamma era morta rimasi senza parole. Piansi,come non avevo fatto mai in vita mia. Stavo male perché una donna importante, saggia e dolce, era morta. Non c’era più. Vennero gli amici più stretti . L’Anto mi tenne stretta a sé per buona parte di quella mattinata. Stavo male da non riuscire a stare in piedi e mi dovevano sorreggere. Arrivò anche la mia migliore amica. Rimase con me per tutta la mattina e mi accompagnò in casa
sua. Crollata, ero proprio crollata! Quello che ancora adesso mi sorprende, è che d’improvviso, non per merito mio o per mia volontà, era calma. Non piangevo più, avevo persino la forza di ridere ad una battuta. Mi chiesi perché, ma non trovavo risposa a tanta serenità, non era normale. Come si poteva essere sereni di fronte alla morte di una persona così cara, di colei che ti ha messo al mondo e ti ha cresciuto con tanto amore? Non è logico. Ne parlai con l’Anto e la sua risposta mi lasciò basita, tanto era semplice: ERA LEI. Mia madre mi stava rendendo forte, mi stava sostenendo. Io ero così perché lei mi stava guardando e aiutando dal cielo. Di già! Vedevo le persone intorno a me, persino le mie amiche, piangere e chiedermi perché riuscivo a stare così. Io rispondevo semplicemente che era lei. Lei, dalla casa del Padre, permetteva a me d’essere così lieta, esaudiva il mio desiderio di non cadere e di non lasciarmi sprofondare dal dolore, fino alla disperazione. Non posso incolpare Dio di questo. Non posso perché non sarebbe giusto incolpare colui che mi ha donato l’amore di una famiglia come la mia. Come posso renderlo responsabile di quanto successo! Le malattie esistono, così come esiste la morte e noi dobbiamo farci i conti, ma la morte è l’inizio di una vit, che va oltre l’esistenza umana, non è la fine. Dio ha tolto la sofferenza e il dolore che mia madre provava, rendendola libera. Come potrei non essere grata di questo? Di certo piango e soffro, ma so che ora è davvero libera, so che ora non può più soffrire. È libera e la ringrazierò sempre per ciò che mi ha lasciato. Mi ha insegnato a vivere per le cose belle, mi ha aiutato quando ne avevo bisogno. Ma soprattutto mi ha lasciato una fede e una presenza senza eguali. Gli amici che abbiamo intorno sono il segno più evidente di questo. In Dio ci credo più di prima, sento che adesso per me è più vero di quanto non lo sia stato prima. Perché attraverso mia mamma io ho visto Lui e il realizzarsi della Sua presenza.
Maria Elena Tassinari
M. Elena Tassinari